NUOVA EDIZIONE CON INSERTO DI FOTO A COLORI

giugno 16, 2011

È giunta in libreria la nuova edizione di “In Tibet, un viaggio clandestino”.

La novità principale è nel bellissimo inserto di foto a colori su carta lucida allo stesso prezzo dell’edizione precedente.

Il libro ha ottenuto la menzione speciale del Premio Chatwin nel 2010: «Per la sua capacità di trasmettere le emo­zioni più profonde che scaturiscono da incontri, grandi paesaggi o piccoli gesti, e di far rivivere il fascino e i problemi di un grande paese. Guida utile e preziosa per chi volesse seguirne le tracce, e imperdibile racconto per quanti, “viaggiatori sedentari”, preferiscono calarsi in avventure letterarie».

Premio Chatwin

novembre 2, 2010

Premio Chatwin Camminando per il Mondo

Viaggi di carta_il miglior libro dell’anno
a Tiziano Terzani e Flaviano Bianchini premio e menzione speciale 2010

E’ Un mondo che non esiste più (Feltrinelli 2010) di TIZIANO TERZANI il vincitore del premio speciale viaggi di carta 2010 assegnato dalla giuria dei giornalisti del Premio Chatwin al miglior libro di viaggio dell’anno. Con il volume postumo Un mondo che non esiste più, è parere della giuria, Terzani si conferma straordinario viaggiatore e narratore di viaggio anche nella inedita veste di fotografo.

Una menzione speciale viaggi di carta_il miglior libro dell’anno va invece a In Tibet. Un viaggio clandestino (BFS edizioni- 2009), opera prima di Flaviano Bianchini.

Un libro di viaggio denso di emozione, che nasce da una promessa fatta, nel 2007, a Palden Gyatso, il monaco buddista recluso per trentatre anni nelle carceri cinesi per non aver denunciato il Dalai Lama e i suoi seguaci “reazionari”. «Io non posso più visitare il Paese delle Nevi» disse a Bianchini in occasione del loro incontro, «vai tu e dimmi com’è». Il riferimento, ovviamente, non era al Tibet aperto agli stranieri e guidato dai tour operator cinesi, unica via legale per visitare il paese, ma quello dei tibetani, dove gli unici mezzi di trasporto sono i piedi e qualche raro camion. Ed è così che Bianchini scopre un Tibet percorso da pellegrini e nomadi, fatto di monasteri e luoghi sacri, che profuma di incenso, fumo di ginepro e burro di yak.
Dalle emozioni e gli appunti di questo viaggio, 1500 chilometri percorsi prevalentemente camminando, è nato In Tibet. Un viaggio clandestino il libro segnalato con menzione speciale dal Premio Chatwin 2010: “Per la sua capacità di trasmettere le emozioni più profonde che scaturiscono da incontri, grandi paesaggi o piccoli gesti, e di far rivivere il fascino e i problemi di un grande paese: il Tibet. Ricco di informazioni storiche e antropologiche, fornite con agilità e scorrevolezza, il libro di Flaviano Bianchini è guida utile e preziosa per chi volesse seguirne le tracce, e imperdibile racconto per quanti, “viaggiatori sedentari”, preferiscono calarsi in avventure letterarie”.

Assegnata nel 2004 a Eugenio Turri per Il viaggio di Abdul, la menzione speciale 2010 sarà consegnata a Bianchini sabato 20 novembre a Genova, nella giornata conclusiva della nona edizione del festival di viaggio Premio Chatwin-camminando per il mondo, l’appuntamento annuale per grandi viaggiatori e appassionati di viaggio e cultura di viaggio (dal 18 al 20 novembre).

Insieme a Bianchini, che converserà con l’antropologo e viaggiatore David Bellatalla, ritireranno i Premi speciali: il fotoreporter Ivo Saglietti, l’occhio assoluto; il musicista Vinicio Capossela, un artista nel mondo; l’attore Paolo Briguglia in vece Rocco Papaleo, premio Italia, una terra da scoprire per il film Basilicata coast to coast; Flaviano Bianchini, autore del libro In Tibet, menzione speciale il più bel libro dell’anno.
Saranno inoltre presenti, tra gli altri, lo scrittore Ermanno Rea e il fotoreporter Mario Dondero; Elizabeth Chatwin, vedova di Bruce e madrina del Premio.

Protagonista del festival Premio Chatwin 2010 sarà la presentazione in anteprima nazionale di una selezione di lettere scritte da Bruce Chatwin dal 1948 (a soli 8 anni) al 1989, anno della prematura scomparsa. Lette e interpretate dall’attore Paolo Briguglia, nella traduzione di Mariagrazia Gini, i brani saranno un’esclusiva anticipazione delle circa 500 lettere che compongono la raccolta Under the sun pubblicata in Inghilterra lo scorso settembre e in uscita in Italia da Adelphi nel 2012. A presentarle, a Palazzo Ducale il 19 novembre (ore 18.00), saranno la moglie e il fratello di Bruce, Elizabeth e Hugh Chatwin, insieme al biografo, amico e scrittore Nicholas Shakespeare.

Il programma del festival prevede inoltre: la mostra fotografica di Saglietti Sotto la tenda di Abramo (Palazzo Rosso, 18-28 novembre) che racconta la storia recente dell’antico monastero siriano di Deir Mar Musa el-Habashi (San Mosè l’Abissino), importante centro per il rafforzamento del dialogo inter-religioso tra islam e cristianesimo; gli incontri, organizzati in collaborazione con le facoltà di Architettura e di Lettere dell’università di Genova, su Africa ieri e oggi: 1905-2010 nella terra dei Dogon; gli immancabili laboratori di scrittura di viaggio con gli studenti delle scuole di Genova (quest’anno i giovanissimi delle elementari) in calendario al Museo Luzzati.

Nato nel 2001 da un’idea originale di Luciana Damiano, il festival di viaggio e concorso Premio Chatwin-camminando per il mondo è l’unico evento culturale che, grazie all’esclusiva concessa da Elizabeth Chatwin, vedova dello scrittore e madrina del Premio, può diffondere la memoria, le opere e il pensiero dello scrittore inglese per promuovere la cultura del viaggio in Italia e all’estero. Nel corso degli anni Premio Chatwin-camminando per il mondo è diventato un importante appuntamento per viaggiatori e appassionati di letteratura di viaggio.

L’edizione 2010 è organizzata dall’Associazione culturale Uj-Ut, sotto l’egida della Regione Liguria, in collaborazione con il Comune di Genova e con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività culturali. Sponsor: Ferrovie dello Stato, Moleskine, Siae, Amt Genova, Grand Hotel Savoia, Foundation Dutch Literature. Tour operator: Parco Nazionale delle 5 Terre, Settemari, ToAssociati.

Per ogni altra informazione sul programma e sulle precedenti edizioni: http://www.premiochatwin.it

ufficio stampa
Premio Chatwin-camminando per il mondo
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In Tibet. Un viaggio clandestino

agosto 6, 2009

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In Tibet. Un viaggio clandestino

agosto 5, 2009

Flaviano Bianchini

In Tibet. Un viaggio clandestino

 BFS edizioni 2009, pp. 208, euro 18,00

ISBN 978-88-89413-39-5

 Tibet. Il Paese delle Nevi. Lo Shangri-la. Per secoli questo luogo isolato dal mondo e arroccato dietro i contrafforti dell’Himalaia ha attirato viaggiatori, pellegrini, mercanti, sovrani e sognatori. Ma non è stato quasi mai possibile visitarlo in piena libertà. Da quando venne invaso dalla Cina nel 1951 il solo modo per visitare il Tibet è un viaggio organizzato gestito da un tour operator cinese. Non c’è altra alternativa legale.

Bianchini, però, aveva una promessa da mantenere. Nell’aprile del 2007 conobbe Palden Gyatso, monaco buddista recluso per trentatre anni nelle carceri cinesi per non aver denunciato il Dalai Lama e la sua “cricca reazionaria”. «Io non posso più visitare il Paese delle Nevi», gli disse in quell’occasione: «vai tu e dimmi com’è». Il Tibet dei tibetani, non quello dei tour operator cinesi.

Flaviano ha dovuto nascondersi in un camion, guadare fiumi in piena, valicare alte montagne, nascondere in un monastero mentre fuori giravano le pattuglie dell’Esercito e corrompere le guardie di frontiera, ma è riuscito ad arrivare nel cuore più vivo del Tibet. Ha percorso 1500 chilometri a piedi. Dal monte Kailash, la montagna sacra di buddisti e induisti, attraverso il monte Everest fino a Lhasa, la Città santa.

«Oggi raramente un uomo percorre lunghi viaggi a piedi. Non lo fa quando è imprigionato nella sua città tra lavoro e famiglia, ma non lo fa neanche quando decide di andarsene». Si viaggia in treno, in macchina, in aereo, «ma il vero viaggio, il viaggio di scoperta e di esplorazione, è solo il viaggio a piedi. È l’unico che consente di vedere nuove terre ma anche, come diceva Proust, di vedere con nuovi occhi». «Non posso sperare di entrare dentro il Tibet se non mi muovo come si muovono i tibetani», ci ricorda Bianchini: «Se vuoi conoscere il Tibet l’unico modo è camminare».

E così è andata: ha fatto quasi 800 chilometri in compagnia di un pellegrino buddista che tornava a piedi a Lhasa dopo aver percorso 108 kora (circuiti sacri) del monte Kailash. Ha trovato ospitalità nei monasteri e nelle case della gente comune. Ha aiutato i pastori nomadi dell’altipiano a rigovernare gli yak in cambio di un pasto caldo. Ha camminato per giorni con il vento dell’altipiano come unico compagno. Ha visitato il campo base dell’Everest, dove la sporcizia delle spedizioni commerciali si mescola al bianco dei ghiacciai. Ha incontrato ex prigionieri politici ed ex combattenti. Ha visitato i luoghi dove è nato e cresciuto il suo amico Palden Gyatso. Ha visitato i monasteri restaurati dai cinesi per poterli riempire di turisti. Ha ripercorso le strade di Henrich Harrer e di Fosco Maraini più di mezzo secolo dopo di loro. Ha conosciuto le vie degli esuli tibetani, che a migliaia ogni anno si riversano in India e in Nepal, e anche le vie dei contrabbandieri e degli ex guerriglieri. Ha incontrato persone che tengono prudentemente nascoste bandiere tibetane e libri proibiti. Ma ha anche visto le moderne città cinesi fatte di palazzoni, karaoke e locali a luci rosse. Ha visto i preparativi per le olimpiadi e i palazzi del potere presidiati giorno e notte per paura di attentati e sabotaggi.

Insomma, è entrato nel vero cuore del Tibet. Quel Tibet che quasi nessuno conosce perché oggi chi parla di Tibet, in nove casi su dieci, lo fa da Dharamsala o da Pechino. È entrato in quel Tibet che sembra fermo nel tempo. Un Tibet fatto di pellegrini, di nomadi, di monasteri e di luoghi sacri; fatto di incenso, di fumo di ginepro, di burro di yak e di mantra sussurrati. Quel Tibet che, nonostante tutto, è ancora un Paese libero.

L’autore

agosto 2, 2009

P1080217Flaviano Bianchini è laureato in Scienze e Tecnologie per l’Ambiente e la Natura. Specializzato in Gestione e Valorizzazione delle Risorse Naturali ha conseguito un Master in Diritti Umani e Gestione dei Conflitti presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Dopo aver lavorato nel campo dell’educazione ambientale, dal 2005 si occupa della cooperazione internazionale e dei diritti umani. È stato per un anno in America Latina e nal 2007, in collaborazione con Amnesty International, ha promosso una campagna sulle violazioni dei diritti umani legate all’estrazione mineraria. È referente dell’area tematica sull’America Latina di Peacelink (www.peacelink.it). Appassionato di viaggi, e di montagna in particolare, ha visitato molti Paesi e percorso una ventina di catene montuose, tra cui il Karakorum in Pakistan. Nel 2009 un suo racconto, “Con il sole in faccia”, è stato selezionato dalla giuria del premio Chatwin per la pubblicazione. Nel 2010 In Tibet, un viaggio clandestino ha ricevuto la menzione speciale del Premio Chatwin “Viaggi di Carta, miglior libro dell’anno”.

A rivista Anarchica

agosto 2, 2009

Perché invidio Bianchini e il suo Tibet
di Massimo Ortalli

Sicuramente non è solo un libro di viaggio questo che stiamo leggendo. O, perlomeno, non uno dei soliti libri di viaggio a cui siamo abituati, quelli, per intenderci, confezionati per invogliare il lettore a fare un po’ di turismo nelle località descritte affidandosi pigramente a quanto già raccomandato dall’ “esperto” di turno. Non è il solito libro di viaggio per due motivi. Il primo perché l’autore è un viaggiatore assolutamente speciale, consapevole che “se vuoi conoscere il Tibet l’unico modo è muoverti a piedi. Camminare”, e che “il vero significato di un viaggio non sta nel raggiungere la meta ma nel percorso che si fa per raggiungerla” (1), il secondo perché Bianchini ha una tale empatia con il paese e con il popolo che lo ospitano, che nel raccontare la straordinaria esperienza che ha vissuto, riesce a comunicare con singolare efficacia tutti i nodi, politici, sociali, culturali, che fanno del Tibet una sorta di campionario in corpore vili delle devastazioni che l’imperialismo, anzi, l’Imperialismo con la I maiuscola, riesce ancora a produrre in tempi che vorremmo considerare civili.

Fascino misterioso
Partito nel 2007, l’anno precedente le Olimpiadi organizzate dalla Cina, che sono state anche il detonatore dell’ennesima rivolta del popolo tibetano contro l’invasore, Bianchini ha percorso a piedi, ma qualche volta anche “rubando” scassatissimi passaggi su scassatissimi mezzi di trasporto locali, più di mille chilometri, attraversando così, in un lento peregrinare scandito dal ciclo solare e non dall’orologio, questo paese per tanti versi ancora sconosciuto. Grazie a questa particolare esperienza, il racconto di viaggio è diventato sia una sorta di rapporto geografico ed etnologico del paese attraversato – rivelando il fascino misterioso che questa terra riesce ancora a trasmettere nonostante tutto e nonostante tutti – sia, al tempo stesso, un trattato sociopolitico attentissimo a cogliere quegli elementi di realtà che solo il contatto diretto con la popolazione può consentire e che proprio per questo la censura cinese vorrebbe, invece, oscurare.
Il maggior merito di questo libro, che riesce davvero a farsi leggere quasi d’un fiato, è che queste due componenti sono perfettamente integrate, nessuna si sovrappone all’altra: quasi sempre, infatti, la descrizione di un luogo o di un incontro casuale diventa anche un’osservazione di carattere sociologico e culturale. Del resto l’intelligenza con la quale Bianchini dimostra di saper viaggiare facilita enormemente questo processo mentale. Se volessi anch’io rifarmi ad antichi, e al paragone ben più modesti, viaggi “via terra” da me compiuti qualche epoca fa, potrei dire di ritrovarmi completamente in questo spirito e in questa dimensione, che a suo tempo mi permisero di cogliere con immediatezza e senza alcun distacco il valore dell’esperienza che stavo facendo. Del resto, l’imperialismo non si manifesta solo come quello che una grande potenza può esercitare nei confronti di un paese più debole, ma anche nell’atteggiamento mentale di pretesa – ma assolutamente ingiustificata – superiorità del ricco nei confronti del povero, che confina non solo nell’ignoranza ma anche nel disprezzo. Esemplari sono, al riguardo, le pagine con le quali Bianchini descrive i guasti morali e culturali che i turismi di massa – in Tibet sono due, quello cinese (2) soprattutto nelle città e nei monasteri e quello occidentale che ha fatto delle vette hymalaiane (3) delle discariche a cielo aperto – ha operato in questo paese, alimentato dalla Cina non solo per la cupidigia dei dollari e degli euro occidentale ma anche perché interpretato come una forma di assoggettamento di una cultura e di un modo di vivere altrimenti difficilmente scalfibili.

Una lettura duramente emozionante
Da questa descrizione così accurata, l’immagine che esce del Tibet non è dunque soltanto quella affascinante di una paese meraviglioso e di una cultura millenaria che cerca ancora di mantenersi refrattaria alla colonizzazione e alla omologazione, ma è anche quella sconvolgente di un paese costretto a subire la feroce oppressione della potenza cinese che si è riproposta di sfruttarne le risorse, di devastarne il territorio con la costruzione di ciclopiche centrali idroelettriche e l’inquinamento minerario e di imbrigliarne ogni manifestazione di autonomia e identità culturale. Non a caso oggi la lotta non violenta promossa dal Dalai Lama dal suo esilio indiano, finito il tempo delle sanguinose rivolte armate dei primi tempi dell’occupazione, è rappresentata dalla parola d’ordine del mantenimento della cultura tibetana (4). E questo perché i tibetani sanno che “i cinesi hanno il terrore dei tibetani. Loro, con un miliardo e più di persone, con la bomba atomica, con uno degli eserciti più potenti del mondo si cagano addosso di un paese con sei milioni di abitanti malnutriti, senza esercito e senza aiuti da nessuno”.
Ecco quindi cosa giustifica la ferocia della repressione che Bianchini illustra con dati e notizie regolarmente “sfuggite” alla informazione indipendente delle nostre democrazie, apparentemente sostenitrici dei diritti dei popoli ma, nei fatti, strutture di potere complici di altre strutture di potere. Lascio al lettore la lettura completa dei crimini cinesi, una lettura non certo piacevole ma necessaria per comprendere la vera dimensione della tragedia tibetana.
Una lettura duramente emozionante, dicevo, ma al tempo stesso anche piena di speranza perché Bianchini comunica la convinzione che comunque il Tibet è indistruttibile, che la sua cultura riesce a sopravvivere e a manifestarsi quotidianamente (c’è da dire che gli aspetti primitivi e inaccettabili di questa cultura come il servaggio della gleba o l’antica cupidigia e arroganza dei monaci hanno trovato un limite positivo nello scontro con il comunismo cinese ateo e materialista), che l’umanità di quel popolo, il senso dell’ospitalità, la disponibilità al confronto e al dialogo per spiegare le ragioni della propria lotta, la conservazione di tradizioni alimentari refrattarie alla contaminazione e della struttura economica fondata sull’allevamento e l’incoercibile e insopprimibile nomadismo, tutto questo riesce ancora a fare muro oggi, così come ha fatto muro nei secoli passati quando il ruolo dei cinesi l’hanno avuto le popolazioni della steppa o le “civiltà” europee. L’amore per la libertà, degli spazi e dello spirito, che viene quotidianamente gridato negli altopiani deserti e nelle piazze di Lhasa, Pö rangzen! Tibet libero! fanno sì che i tentativi di colonizzazione e di dispersione culturale trovino una resistenza determinata e collettiva, non incrinata dal presunto progresso portato dal neocapitalismo cinese. E Bianchini l’ha ben potuto sperimentare nel confronto dal basso e paritario che solo un “viaggiatore a piedi” poteva avere in quella terra di nomadi.
Non mi dispiace ammetterlo, sono proprio un po’ invidioso di Bianchini e del suo Tibet.

Massimo Ortalli

Note

  1. “Oggi ci si catapulta nei luoghi. Non si viaggia per raggiungerli. Oggi l’obbiettivo è la meta. Non il viaggio. Bisogna arrivare a destinazione in tempi brevi, vedere tutto di corsa e ripartire per un’altra meta. Nessuno assapora più il gusto di entrare in una grande, bella e famosa città attraverso un lungo viaggio a piedi”.
  2. “In linea di massima odio i turisti. Ma qui in Tibet li odio ancora di più. Arrivano e si muovono, come prevede la legge, solo con le agenzie di viaggio cinesi che li fanno alloggiare in hotel cinesi e li fanno muovere con bus cinesi e li fanno mangiare nei ristoranti cinesi così che tutti i soldi vanno agli invasori. Poi, quando si sentono in colpa, gli mollano due dollari ai tibetani pensando di aiutarli, ma in realtà li abituano solo a diventare dei mendicanti”.
  3. “Sono un po’ spaventato da come troverò l’Everest. Ho paura di quello che posso vedere. Ho paura di trovare le bancarelle per i turisti. Ho paura di trovare degli alberghi stile Rimini. Ho paura di trovare una discarica”.
  4. “I cinesi sono furbi, sanno degli errori commessi dai sovietici. Sanno che se i russi avessero impiantato meglio la loro cultura in Cecenia ora non avrebbero i problemi che hanno. […] Sanno che se vogliono mantenere il Tibet devono cinesizzarlo. E per farlo devono arrivare dovunque. E così dal nulla in una casa isolata dell’altopiano occidentale ti ritrovi la carta da parati Walt Disney e il ritratto di Mao”.

RadioDue

agosto 1, 2009

http://www.radio.rai.it/radio2/gr2.cfm?Q_GIORNO=08&Q_MESE=07&Q_ANNO=2009#

Al minuto 17 si parla di Tibet…

Pisanotizie

luglio 31, 2009

Andare in Tibet a piedi. Viaggio e storia dall’ultima frontiera

Finalmente si cammina. Un vero viaggio è un viaggio da fare a piedi. Oggi raramente un uomo percorre lunghi viaggi a piedi. Non lo fa quando è imprigionato nella sua città tra lavoro e famiglia, ma non lo fa neanche quando decide di andarsene. Il vero viaggio, il viaggio di scoperta e di esplorazione, è solo il viaggio a piedi. Il viaggio a piedi è l’unico tipo di viaggio che consente di vedere nuove terre ma anche, come diceva Proust, di vedere con nuovi occhi. Sono qui per camminare. Non posso sperare di entrare dentro il Tibet se non mi muovo come si muovono i tibetani. E i tibetani, da sempre, si muovono a piedi. Se vuoi conoscere il Tibet, l’unico modo è muoverti a piedi. Camminare. (Flaviano Bianchini, In Tibet. Un viaggio clandestino, pubblicato dalla casa editrice BFS – Biblioteca Franco Serantini. )

Ci sono luoghi del mondo che possono essere visitati, attraversati, solo se sei “clandestino”. Luoghi che non ammettono altro transito se non il silenzio, il calcolo brevissimo dei passi che si susseguono. Solo i passi, e niente altro. Ed è, forse, proprio il “camminare” il grande protagonista dell’ultima fatica di Flaviano Bianchini, “In Tibet. Un viaggio clandestino”, che sarà presentata questa sera alle 18,30 presso la libreria “La Mongolfiera” di Pisa.

I piedi sono un antidoto allo stereotipo, un modo efficace per sfuggire alla logica ossessiva del tour-operator, ma anche un espediente per rendere fluida la propria presenza in un contesto, come quello del Tibet contemporaneo, che pochissimo spazio lascia alla libertà di movimento. Ne abbiamo parlato con l’autore del volume, alla luce anche delle molti questioni che vengono sollevate durante la narrazione del suo “iter mirabilis” in Tibet.

“In Tibet” è prima di tutto un libro di viaggio. Una lunga marcia a piedi, nel tentativo di accordare la propria misura di occidentale a quella del popolo tibetano e dei suoi rituali quotidiani, della sua consuetudine.

Sono 1600 Km a piedi, dal Monte Kailash (la montagna sacra dei tibetani) a Lhasa, passando dal monte Everest e dai luoghi dove è nato e cresciuto il mio amico Palden Gyatso, monaco tibetano che ha passato 33 anni nelle carceri politiche cinesi e che mi ha spinto a compiere questo viaggio (“Io non posso più tornare in Tibet, vai tu e raccontami come è” mi disse un giorno convincendomi a fare questo viaggio). Ma un vero viaggio è quello che ti consente di “entrare dentro” al paese in cui viaggi. E per “entrare dentro” al Tibet l’unico modo per farlo è camminare. Oggi non si cammina più. Anche quando si parla di viaggio si pensa al viaggio in aereo o in auto. Ma il vero viaggio è solo quello a piedi. Se vuoi “entrare dentro” il Tibet ti devi muovere a piedi.

Carlo Levi, e così molti altri intellettuali italiani che hanno viaggiato in Tibet dopo la nascita della Repubblica Popolare cinese, guardavano positivamente all’opera di “ammodernamento” condotta dal regime maoista in quella regione. La dimensione del sopruso politico e del genocidio erano già evidenti allora, eppure nella valutazione generale si privilegiavano altri elementi. Cosa è cambiato oggi? Come spieghi l’evidente spirito di solidarietà che una parte importante dell’Occidente esprime nei confronti del Tibet?

Secondo questo punto di vista gli inglesi avrebbero fatto bene a sterminare i pellerossa del Nord America. 200 anni a vivevano nei tepee, oggi hanno i grattacieli… Io credo che nessun “ammodernamento” possa giustificare un genocidio politico e culturale come quello tibetano. Inoltre dobbiamo considerare che l’ammodernamento del Tibet non ha portato un efettivo miglioramento delle condizioni di vita dei tibetani. Oggi il Tibet resta la regione più povera, meno istruita (il 70% di analfabetismo), con la speranza di vita più bassa e più malnutrita di tutta la Cina. Questo in cambio di tre strade e qualche centro commerciale. Diciamo che io ho un altro concetto di modernità e progresso, e come me probabilmente una grande parte dell’opinione pubblica che, per questo motivo, simpatizza con i tibetani e con il loro movimento.

La clandestinità, dimensione “connotativa” nel tuo testo, può essere intesa come una condizione privilegiata per affrontare una conoscenza più compiuta del mondo?

Sicuramente non avrei visto il Tibet che ho visto se non fossi stato un clandestino. Il Tibet oggi lo puoi visitare solo con un tour operator cinese che ti carica sulle jeep di ultima generazione e ti scorrazza in giro per farti vedere solo quello che puoi e che devi vedere. Ma per conoscere bene un posto (qualunque esso sia) devi vedere e conoscere quello che non si può e non si deve vedere. Spesso ho pensato che molti immigrati clandestini che arrivano da noi conoscono l’Italia meglio di molti italiani che la “visitano” da una poltrona davanti a una TV.

Da conoscitore di quelle terre e di quella cultura, come motivi la straordinaria opera di resistenza sostenuta dal popolo tibetano? Il Tibet, per quanto sia accaduto fino a oggi, è ancora un paese libero.

La maggior parte del popolo tibetano è nomade e i nomadi sono ormai migliaia di anni che mantengono il loro nomadismo in un mondo fatto di città e modernità. Questa capacità e perseveranza maturata nei millenni è quella che consente al popolo tibetano di mantenere la loro libertà. Nelle ultime manifestazioni dell’anno scorso partecipavano giovani ragazzi che erano figli di gente nata già sotto l’occupazione cinese. Siamo ormai alla terza generazione di persone nate “in seno al Partito”, eppure le proteste non accennano a diminuire.

Definiresti, in concreto, la società tibetana come una “società arcaica”?

Io non la definirei una “società arcaica”. Piuttosto la definirei una società fortemente ancorata alle proprie radici, ma non arcaica.

In ultimo, quali responsabilità ha il governo cinese rispetto alle attuali condizioni del Tibet e del popolo tibetano? Un processo di corruzione identitaria è in atto, oppure ancora una resistenza a oltranza è possibile?

Credo che una resistenza a oltranza sia possibile e i tibetani la stanno attuando. Il governo di Pechino sta tentando in tutti i modi di “cinesizzare” il Tibet. Ormai i cinesi Han in Tibet sono più degli stessi tibetani, ma la cultura tibetana non muore. Il popolo tibetano mantiene la sua identità nonostante tutti i soprusi e le corruzioni morali che subiscono ogni giorno. E questa è la forma di resistenza a oltranza più efficace che possa esistere. Fintanto che la cultura e l’identità tibetana sopravviveranno i cinesi non avranno veramente conquistato il Tibet. E io credo che che la cultura e l’identità tibetana sopravviveranno ancora a lungo. Molto a lungo.

Scienza e Montagna

luglio 31, 2009

Incontro (Clandestino) con il Tibet

Il tetto del mondo, la patria del buddismo. In molti vorrebbero poter visitare, conoscere, il Tibet ed i popoli che vi abitano. Purtroppo non è stato quasi mai possibile visitarlo in libertà. Dal 1951, quando fu invaso dalla Cina il solo modo per visitare il Tibet è un viaggio organizzato da un tour operator cinese. Non c’è altra alternativa legale.
Sempre che si voglia obbidire alla legalita’ di un paese invasore ed oppressore. Non era questa la filosofia di Flaviano Bianchini quando ha intrapreso quasi 800 chilometri in compagnia di un pellegrino buddista che tornava a piedi a Lhasa dopo aver percorso i 108 circuiti sacri del monte Kailash. Flaviano aveva conosciuto monaco buddista nell’aprile del 2007. Si chiamava Palden Gyatso ed recluso per trentatre anni nelle carceri cinesi per non aver denunciato il Dalai Lama e la sua “cricca reazionaria”. «Io non posso più visitare il Paese delle Nevi», gli disse in quell’occasione: «vai tu e dimmi com’è». E Flaviano, e’ biologo, e la sua professione consiste nel denunciare per Peacelink, una ONG italiana, le ingiustizie sociale e crminalita ambientali delle compagnie minerarie mondiali. Ha compiuto un lungo viaggio “clandestino”, camminando per giorni con il vento dell’altipiano come unico compagno.
Ma il giovane inviato del monaco galeotto ha fatto lungo la strada incontri preziosi. Ha trovato ospitalità nei monasteri e nelle case della gente comune. Ha aiutato i pastori nomadi dell’altipiano a rigovernare gli yak in cambio di un pasto caldo. Ha visitato il campo base dell’Everest, dove ha visto la sporcizia delle spedizioni commerciali. Ha incontrato ex prigionieri politici ed ex combattenti. Ha visitato i luoghi dove è nato e cresciuto il suo amico Palden Gyatso. Ha visitato i monasteri restaurati dai cinesi per poterli riempire di turisti. Ha ripercorso le strade di Henrich Harrer e di Fosco Maraini più di mezzo secolo dopo di loro. Ha conosciuto le vie degli esuli tibetani, che a migliaia ogni anno si riversano in India e in Nepal, e anche le vie dei contrabbandieri e degli ex guerriglieri. Ha incontrato persone che tengono prudentemente nascoste bandiere tibetane e libri proibiti. Ma ha anche visto le moderne città cinesi fatte di palazzoni, karaoke e locali a luci rosse.
Flaviano racconta la sua esperienza in un libro, dove spiega anche la sua filosofia piu’ profonda: «Non posso sperare di entrare dentro il Tibet se non mi muovo come si muovono i tibetani. Se vuoi conoscere il Tibet l’unico modo è camminare».

Flaviano Bianchini
IN TIBET, Un viaggio clandestino
BFS Edizioni. € 18,00 pp. 208, 2009
ISBN 978-88-89413-39-5
www.bfs-edizioni.it

Il Fogliaccio

luglio 31, 2009

“Se vuoi conoscere i Maori devi muoverti in barca, se vuoi conoscere i mongoli devi muoverti a cavallo, se vuoi conoscere gli Stati Uniti devi viaggiare in macchina, e se vuoi conoscere l’Europa in treno. Ma se vuoi conoscere il Tibet l’unico modo è muoverti a piedi. Camminare.”

Perché i tibetani, popolo di pastori nomadi, si spostano a piedi, da sempre. E a piedi Flaviano Bianchini ha attraversato il Tibet, dal Kailash, la montagna sacra, a Lhasa, la città santa, in compagnia di pellegrini, nomadi, mercanti. “In Tibet” è il racconto del suo viaggio nei luoghi dell’amico Palden Gyatso, monaco tibetano costretto all’esilio che ha potuto rivedere il suo villaggio, il suo monastero, i luoghi sacri del suo popolo, ma anche la “sua” prigione, quella per i prigionieri politici, attraverso gli occhi e il racconto di Flaviano. Per noi lettori è un’occasione rara e preziosa per vedere e immaginare un mondo che viene tenuto nascosto: i turisti entrano in Tibet attraverso l’unica agenzia di viaggio cinese autorizzata che li accompagna coi fuoristrada a visitare poche mete prestabilite e nessuno ha il permesso di allontanarsi dalla guida. Flaviano ha viaggiato clandestinamente, passando il confine nascosto tra i bagagli di un gruppo di turisti; poi ha percorso a piedi 1600 chilometri, evitando i posti di blocco della polizia cinese. Per questo “In Tibet“ rappresenta una testimonianza importante, uno sguardo sul e “dentro” il Tibet di oggi, che sul mappamondo è segnato come Cina ma che in realtà non si è piegato all’occupazione. Il tetto del mondo, con le sue vette che bucano il cielo, gli altipiani sconfinati, i laghi immensi e turchini, le sorgenti dei maggiori fiumi dell’Asia, resta dimora dei tibetani e dei loro yak, i soli animali domestici che vi sopravvivono. Terra di nomadi e i nomadi, si sa, sono difficili da controllare e sottomettere, anche per un regime come quello cinese. Flaviano Bianchini ci mostra quello che la Cina vuole nascondere, un popolo tenacemente attaccato alla propria tradizione nonostante una terribile repressione. La lettura di “In Tibet” suscita nel lettore un sentimento di grande simpatia e solidarietà per questo popolo, ostinato e apparentemente disarmato custode del tetto del mondo, un luogo al quale non si può non riconoscere un carattere universalmente sacro.

Flaviano Bianchini è un giovane laureato in Scienze e Tecnologie per l’ambiente e la natura, con la passione per il viaggio, la montagna e l’uomo. Pisa, dove studia e lavora, costituisce il suo “campo base” per frequenti e spesso lunghi viaggi la cui meta ultima è l’uomo: in particolare, dal 2007 promuove, in collaborazione con Amnesty International, una campagna sulle violazioni dei diritti umani legati all’estrazione mineraria in Centro America.


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